Gli archeologi hanno trovato prove convincenti che già circa 7.000 anni fa le persone cacciavano e consumavano attivamente squali. Una scoperta che rivede la nostra comprensione delle antiche società costiere e del loro rapporto con i grandi predatori marini.
I reperti provengono da un sito funerario neolitico a Wadi Nafūn nell’attuale Oman. Nell’analisi dei resti umani i ricercatori hanno rilevato firme chimiche che indicano un’alimentazione fortemente marina — inclusi predatori di vertice come gli squali.
Indizi chimici in denti antichissimi
A causa delle condizioni desertiche estreme della regione, i resti organici si sono conservati male. Per poter comunque ricavare informazioni sull’alimentazione, gli scienziati hanno utilizzato il metodo dell’analisi degli isotopi stabili sui componenti minerali di denti e ossa. I risultati hanno mostrato valori aumentati degli isotopi dell’azoto e del carbonio, tipici del consumo regolare di organismi marini situati nella parte alta della catena alimentare.
I dati indicano che la carne di squalo non era un elemento raro o occasionale dell’alimentazione, ma rappresentava una fonte alimentare significativa e ricorrente per questa comunità.
Ulteriori reperti nel sito, tra cui denti di squalo e spine di razza, supportano l’ipotesi che la popolazione neolitica utilizzasse intenzionalmente le risorse marine.
Una cultura marittima con grande capacità di adattamento
Il complesso funerario, nel quale sono stati scoperti i resti di oltre 70 individui, è stato utilizzato per diversi secoli. Questa occupazione a lungo termine indica che la pesca degli squali era saldamente integrata nello stile di vita e nell’alimentazione della comunità e non costituiva un fenomeno isolato.
I risultati mettono in discussione l’assunto a lungo sostenuto secondo cui i primi gruppi umani si affidavano soprattutto alla caccia e alla raccolta terrestri prima della diffusione dell’agricoltura. Piuttosto emerge l’immagine di una società adattabile, capace di sfruttare deliberatamente anche grandi e potenzialmente pericolosi predatori marini.
Secondo i ricercatori, potrebbe trattarsi di alcune delle più antiche evidenze dirette finora note di una caccia sistematica agli squali da parte dell’uomo.
Nuove prospettive sull’alimentazione delle società antiche
Lo studio si inserisce in un numero crescente di ricerche che suggeriscono che le popolazioni costiere preistoriche fossero tecnologicamente più avanzate e ecologicamente più differenziate di quanto si ritenesse a lungo.
Ulteriori indagini, tra cui analisi microscopiche del tartaro dentale, dovranno chiarire quali specie di squali siano state effettivamente consumate e come si possa descrivere con maggiore precisione la composizione complessiva della dieta.
La scoperta sottolinea non solo l’adattabilità dei primi esseri umani, ma anche la lunga e complessa relazione tra l’uomo e lo squalo, un legame che si estende per millenni.

